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L'Aquila, fenice d'Abruzzo

Immagine del redattore: gianluca baronchelli
gianluca baronchelli
2 giorni fa
Tempo di lettura: 14 min
Il cinquecentesco Castello Spagnolo vigila sulla città
Il cinquecentesco Castello Spagnolo vigila sulla città

 

Le otto del mattino, nuvole basse, aria frizzante, ché a settecento metri d’altitudine non è poi così raro, in qualunque stagione tu arrivi all’Aquila. Mentre percorro acciottolati antichi alla ricerca del locale giusto per il rito della prima colazione, non posso non pensare a quello che dell’Aquila scriveva Guido Piovene nel suo “Viaggio in Italia”, compiuto tra il 1953 e il 1956: “I portici e i molti caffè sono pieni di folla; dal centro si raggiungono senza fatica grandi giardini panoramici [...]. La prima impressione de L’Aquila è questa facilità di respiro”.

È così, Piovene raramente sbagliava, sapeva cogliere l’essenza di luoghi e cose. Qui all’Aquila c’è davvero una facilità di respiro, forse perché ovunque giri lo sguardo trovi una bellezza fiera, solida, quasi disarmante. Non sempre però nei secoli alla facilità di respiro è corrisposta una facilità di vita: sin dalla fondazione della città nel XIII secolo guerre, invasioni e devastanti terremoti - l’ultimo, tragico, nel 2009 - hanno messo a dura prova lo spirito e la sopravvivenza degli aquilani. Oggi la città vive una nuova, ennesima rinascita, e la proclamazione a Capitale Italiana della Cultura 2026 con il dossier “L’Aquila città multiverso” viene da molti abitanti percepita come stimolo, opportunità e volano dopo anni di vuoto, anche culturale. Il programma delle manifestazioni è ricco, dinamico e in costante aggiornamento: nei “consigli di viaggio” troverete il sito da cui partire per scegliere e prenotare gli eventi in calendario da qui sino alla fine dell’anno. Il regalo vero che vi farete venendo all’Aquila, però, non sarà il singolo evento o manifestazione: il regalo vero è l’Aquila stessa con la sua storia, la fierezza, l’arte che attraversa Medioevo, Rinascimento, Barocco, Neoclassico ed oltre, sino al contemporaneo; e, ancora, una incredibile ricchezza gastronomica.

 

La fontana delle 99 cannelle, simbolo de L’Aquila
La fontana delle 99 cannelle, simbolo de L’Aquila

 

È affascinante la storia della fondazione di città, e va sommariamente ricordata per orientarci e per capirne topografia e conformazione. È il 1254 quando gli abitanti dei molti castelli della zona - novantanove, secondo la leggenda - ottengono dall’imperatore Corrado IV il permesso di fondare una città cinta da mura, con diritto di mercato. Nel 1257 papa Gregorio IX concede la sede vescovile. Il primo nucleo cittadino viene diviso in quattro Quarti, a loro volta frazionati in “locali”, ovvero piccoli quartieri, ciascuno con la sua chiesa, la sua fontana, la sua piazza, dove si trasferisce la popolazione del castello d’origine. È una illuminata economia consociativa basata sul commercio, in particolare della lana e dello zafferano, che ritroviamo ancora oggi in molti piatti della tradizionale - e squisita - cucina aquilana.  Questa fase iniziale dura però il tempo di un respiro, perché nel 1259 la città, nel frattempo schieratasi con i guelfi, subisce la sua prima distruzione per mano del ghibellino Manfredi di Svevia. Cinque anni solamente, e bisogna già ripassare dal via. La successiva rifondazione tiene conto dello schema originario e del tracciato viario preesistente; viene implementata la piazza e nascono le opere pubbliche, tra le quali la fontana delle novantanove cannelle.

Ed è proprio da qui che partiamo, da questa fontana simbolo, metafora e genius loci della città. Sebbene l’aspetto attuale sia cinquecentesco, il suo primo nucleo risale al 1272, e costituisce il più antico monumento civile rimasto. Mirabile opera ingegneristica con acqua che sgorga a temperatura e flusso costanti, inizialmente era concepita con una quindicina di cannelle per l’approvvigionamento domestico oltre che per il lavaggio dei panni, la lavorazione della lana e ovviamente l’abbeveraggio degli animali. Nella versione attuale le cannelle sono, appunto, novantanove, a ricordare il mito fondativo della città, con novantatré mascheroni in pietra bianca raffiguranti animali e volti umani alternati a formelle in pietra rossa scolpite a rosette, il tutto a formare una estesa piazza trapezoidale che davvero non ha eguali. Raggiungetela, se potete, di primo mattino, o al calar del sole: il gorgoglio dell’acqua nel silenzio e la luce radente sulla pietra regalano emozioni preziose. Di fronte alla fontana la chiesa di San Vito con le sue due meridiane e la porta della Rivera, un tempo porta principale di ingresso alla città insieme a porta Bazzano, che attraverseremo nel prosieguo del giro, non prima di aver raggiunto un altro capolavoro fortemente identitario: la basilica di Santa Maria di Collemaggio.

 

La facciata della basilica di Collemaggio
La facciata della basilica di Collemaggio

 

Con la sua facciata quadrangolare quattrocentesca e l’armoniosa successione di quadri, croci e losanghe in marmo rosa e bianco rappresenta senza dubbio l’immagine e l’essenza dell’arte aquilana. La parte superiore vive del grande rosone gotico trecentesco realizzato per la facciata originaria, ed è scandita dalle semplici lesene che la dividono in tre parti; decisamente più ricca di elementi ornamentali e architettonici la parte inferiore, impreziosita anche da una ricchissima cornice in stile cosmatesco. Il portale centrale colpisce per la complessità e la ricchezza delle decorazioni scultoree, e risulta quasi ipnotico l’archivolto decorato con figure antropomorfe e spartito da tre colonnine modellate a spirale. Il gotico alla sua ennesima potenza. A completare la facciata, il possente troncone di campanile a pianta ottagonale. Un - provvidenziale, per chi scrive! - restauro novecentesco ha rimosso ogni decorazione barocca dagli interni, restituendo così una scansione delle navate, dei pilastri e del soffitto più in linea con lo spirito geometrico ed essenziale delle origini, con il pavimento cosmatesco a losanghe che riprende la bicromia della facciata e possenti pilastri ottagonali sormontati da archi ogivali.

 

Edificazione e fortune della basilica sono indissolubilmente legate a una figura importantissima per la storia dell’Aquila e della cristianità: Pietro Angeleri, ovvero Pietro da Morrone, il futuro papa Celestino V, che all’interno della basilica riposa.

Di umili origini, Pietro abbraccia la regola di San Benedetto in giovane età, dando vita alla congregazione dei Fratelli di Santo Spirito, con interpretazione della Regola più rigida e austera. Nel 1271, durante un viaggio, mentre Pietro riposa nel piccolo complesso monastico alla base della futura basilica, gli appare in sogno la Vergine con la richiesta di edificare un tempio a sua gloria imperitura. Detto fatto: la congregazione, che nel frattempo aveva raggiunto lo status giuridico di ordine monastico, acquista i terreni, e così i lavori possono partire, avanzando di gran carriera. Nel 1288 la basilica viene consacrata, pur ancora incompleta. È un periodo travagliato per il soglio pontificio, e dopo una vacatio di un paio d’anni, nel 1294, a sorpresa, viene eletto papa proprio il nostro Pietro, in verità lontanissimo dal desiderio di potere, di fama e di gloria. Dopo lunga titubanza, spinto da obbedienza e dal desiderio di rinnovare la Chiesa con spirito più consono alle origini, accetta l’incarico col nome di Celestino V, e viene consacrato proprio nella basilica di Collemaggio il 29 agosto 1294. Il suo pontificato durerà però poco più di cento giorni: resosi conto dell’impossibilità di ogni cambiamento in chiave spirituale ed evangelica, rinuncia al soglio il 13 dicembre dello stesso anno, ritornando alla vita monacale ed eremitica. Figura affascinante e assai moderna, mentre Dante lo sbatte all’inferno senza remissione, nel 1313 viene canonizzato da Clemente V, e accora oggi è profondissimo il suo lascito umano e morale. Ogni anno, nell’ultima settimana di agosto, L’Aquila con un corteo e una ricca serie di eventi, concerti e spettacoli celebra e ricorda la Perdonanza Celestiniana, ovvero il primo giubileo della storia e l’indulgenza concessa da Celestino all’atto della sua elezione a papa attraverso la Bolla del Perdono, introducendo concetti quali solidarietà, fratellanza, pace, in un’epoca che aveva dimenticato, per dirla eufemisticamente, i valori primigeni del cristianesimo. Concetti e valori peraltro attualissimi, oggi più che mai.

 

Porta Bazzano
Porta Bazzano

 

Da Collemaggio, attraverso la storica porta Bazzano, possiamo entrare nel cuore pulsante della città vecchia, lo scrigno di tesori e di vita a cui tutti gli aquilani sono indissolubilmente legati e radicati, sebbene le dinamiche sociali siano profondamente cambiate dal tragico sisma del 2009. Non è questo il luogo per ricordare il dramma, i morti, il dolore, lo sradicamento, la zona rossa con l’esercito in città, e contemporaneamente il turbamento per le bottiglie di spumante fatte trovare dall’allora Presidente del Consiglio nel frigo delle prime case rifugio provvisorie: bere per festeggiare? Per dimenticare? Per far comunque correre l’economia? Dopo i primi anni la ricostruzione ha preso a marciare più spedita, secondo il modello del “com’era, dov’era”, già sperimentato in passato con successo, ad esempio, per il terremoto del 1976 in Friuli, e ancor prima per la Varsavia post-bellica. La ricostruzione dell’Aquila è stata fisica, ma anche mentale, perché ha formato un’intera generazione di architetti, ingegneri, restauratori. Sono state applicate tecniche tradizionali e innovative, trasformando il centro storico de L’Aquila in un laboratorio di interesse internazionale. Per contro, scuole, servizi, uffici, posti di lavoro sono stati dislocati nella cosiddetta città nuova, e con essi le case di molti, per una banale questione di sicurezza e, prima ancora, di quotidiana efficienza, spostando così il baricentro della socialità e dell’aggregazione di piazza. Inevitabile, forse, ma doloroso, e non vi è aquilano che non lo rimarchi. Eppure, e per fortuna, il richiamo della città vecchia è ancora ben vivo e presente, e dunque possiamo assistere a una lenta e costante rinascita, con nuovi riti e nuovi percorsi, oltre a nuovi edifici, spazi, prospettive... è il caso dell’ Auditorium del Parco progettato da Renzo Piano a ridosso del Forte Spagnolo, inaugurato nel 2012 con un concerto dell’orchestra Mozart diretta dal Maestro Claudio Abbado; del Parco della Memoria nei pressi della Villa Comunale; e, ancora, dell’Amphisculture, uno dei più importanti progetti di Land Art realizzati in Italia dall’artista e scultrice americana Beverly Pepper nel 2018, con i suoi tremila metri quadri e milleottocento posti a sedere all’aperto, a lambire la Basilica di Collemaggio. Il tutto mentre in città vecchia gli storici palazzi riappaiono e si disvelano mostrando una bellezza prima dimenticata, o data per scontata. È una grande ricchezza sopita che si risveglia, germoglia, fiorisce, quella che ci accompagna in questo giro.

 

La basilica di San Bernardino, capolavoro del Rinascimento abruzzese
La basilica di San Bernardino, capolavoro del Rinascimento abruzzese

 

L’Aquila, lo abbiamo visto, è per tradizione fondativa la città delle cento chiese, cento piazze, cento fontane... tanti microcosmi e una storia travagliata a rimescolare ulteriormente le carte. È impossibile tracciare su mappa un percorso logico, armonico e razionale per vedere il tanto che merita di esser visto all’interno delle mura storiche. Il consiglio, allora, è quello di procedere lasciandovi guidare dall’istinto perdendovi in strette vie, ripide scale, inaspettati slarghi. Tanto, alla fine, ne uscirete sempre, e in pochi minuti potrete tornare ai Quattro Cantoni, ovvero l’incrocio tra corso Vittorio Emanuele - la via principale, e pedonale - con l’asse perpendicolare costituito da corso Umberto e via San Bernardino, per un nuovo giro e una nuova esplorazione.

 

Alla basilica di San Bernardino si può dunque arrivare da qui oppure, se la salita non vi spaventa, passando da porta Bazzano e risalendo via Fortebraccio. In questo modo, arrivando dal basso, godrete anche della vista scenografica dalla scalinata monumentale: sessantotto metri di lunghezza, trenta di larghezza, a coprirne venti di dislivello. Ai lati della scalinata sei edicole, a ricordare e omaggiare le famiglie che contribuirono alla realizzazione del complesso. La basilica di San Bernardino segna il definitivo allontanamento dai canoni estetici medievali della scuola aquilana, ed è universalmente riconosciuta come capolavoro del Rinascimento abruzzese con la sua facciata iniziata nel 1525 su disegno e progetto di Cola dell’Amatrice. All’interno, soffermatevi con lo sguardo sull’opulento soffitto a cassettoni del 1730, intagliato, laminato in oro zecchino e splendidamente raccordato all’organo maggiore. In una delle cappelle sul lato destro riposa il Santo, nel mausoleo voluto da Jacopo Notar Nanni, ricchissimo mercante locale di bestiame, tessuti e zafferano, molto legato a Bernardino.

Usciti dalla chiesa, proseguendo verso destra e ripassando dai Quattro Canti potrete raggiungere due splendide piazzette in rapida successione: piazza Palazzo e piazza Santa Margherita dei Gesuiti.

Piazza Palazzo è, da sempre, la piazza civile dell’Aquila, in contrapposizione a piazza Duomo, la piazza religiosa e del mercato. Qui è bellissimo fermarsi su una delle panchine, sotto la statua di Caio Sallustio Crispo, storico romano originario della vicina Amiternum, nonché terrore di generazioni di studenti classici con le sue versioni dal latino... lo sguardo severo della statua, invero, spiega più di qualcosa. Piazza Santa Margherita, poco oltre, è bellissima e raccolta, con palazzo Pica Alfieri, il palazzetto dei Nobili e la chiesa di Santa Margherita ad abbracciare la fontana centrale. Da qui, potete dirigervi verso due belle chiese distanti un paio di minuti l’una dall’altra, entrambe restaurate post sisma: San Pietro in Coppito e San Silvestro. La prima risale al 1257 ma oggi, terremoto dopo terremoto, poco rimane della struttura originaria. Più interessante la trecentesca San Silvestro, riaperta al culto e alle visite nel 2019, che conserva al suo interno, tra gli altri, degli affreschi di inizio Quattrocento di rara bellezza. Sull’altare della cappella della famiglia Branconio una pregevole copia della Visitazione che Raffaello dipinse attorno al 1520 per Marino Branconio. L’originale era stato sottratto alla città nel 1655 dalle truppe d'occupazione spagnole per confluire nelle collezioni reali di Filippo IV, e da allora è conservato al Museo del Prado a Madrid.

 

Il MuNDA, Museo Nazionale d’Abruzzo
Il MuNDA, Museo Nazionale d’Abruzzo

 

E qui, la notizia di questi mesi è davvero di quelle ghiotte, con un evento che da solo varrebbe il viaggio all’Aquila. Perché l’originale dipinto da Raffaello tornerà finalmente a casa, dopo quasi quattrocento anni, diventando protagonista dal 27 giugno al 27 settembre della mostra “La visitazione all’Aquila. Raffaello e Pontormo” al MuNDA, il Museo Nazionale d’Abruzzo, curata da Tom Henry e Federica Zalabra, dialogando con la Visitazione di Carmignano del Pontormo. Il capolavoro di Raffaello rientra all’Aquila grazie a un importante lavoro diplomatico e scientifico che ha visto coinvolti il Museo Nazionale d’Abruzzo, la Direzione generale Musei del Ministero della cultura, il Comune, l’Ambasciata di Spagna in Italia, il Museo del Prado e la Diocesi di Pistoia. La mostra si preannuncia imperdibile, e va a impreziosire una collezione permanente già di valore assoluto.

 

Perché il MuNDA è un museo arioso, luminoso al passo con i tempi, in dialogo con la comunità, piacevole da vivere e da visitare. È ospitato nel Castello cinquecentesco sin dalla sua inaugurazione nel 1951, tranne la forzata parentesi successiva al terremoto del 2009, conclusasi nel dicembre 2025 con il “ritorno a casa” delle opere. Il rinnovato progetto espositivo si apre con un percorso introduttivo dedicato alla storia della città dell’Aquila, del Castello e del museo, per poi entrare nel cuore delle ricche collezioni che vanno dal Medioevo al Cinquecento; il resto delle collezioni – la sezione archeologica e le opere dal Seicento all’arte contemporanea – troverà posto progressivamente, secondo un progetto museale già definito che prevede entro la fine del 2027 la fine dei lavori di restauro e l’allestimento del secondo piano, restituendo così al museo l’intero blocco storico. Nel bastione orientale del forte è allestito lo straordinario scheletro fossile del Mammuthus Meridionalis, rinvenuto nel marzo 1954 nel Comune di Scoppito, nelle vicinanze dell’Aquila, e vissuto nel Pleistocene inferiore, circa un milione di anni fa.

Prendetevi il tempo anche per una piacevole passeggiata lungo il perimetro esterno del Forte: costruito nella parte più alta della città tra il 1534 e il 1554, ha reso necessaria la distruzione di molte abitazioni e l’architetto militare don Pedro Luis Escribas da Valencia, pur cattolicissimo come ogni buon spagnolo dell’epoca, non è andato troppo per il sottile nemmeno con la chiesa, richiedendo e ottenendo l’abbattimento di due monasteri e sei chiese per la realizzazione dell’opera.

 

Il MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo
Il MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo

 

Se il MuNDA è la storia dell’Aquila, il MAXXI - Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo - rappresenta dal 2021 un faro puntato sul futuro, un progetto culturale virtuoso e un modello di come si possa rinascere ed evolvere senza snaturarsi. Palazzo Ardinghelli è uno dei palazzi più belli di città, a pochi passi dalla Fontana Luminosa e da Corso Vittorio Emanuele. Progettato tra il 1732 e il 1743 dall’architetto romano Francesco Fontana su preesistenze rinascimentali, gode di una armoniosa corte interna a esedra che lo attraversa tra piazza di Santa Maria in Paganica e via Giuseppe Garibaldi. È stato nel XIX secolo casa e atelier del pittore Teofilo Patini, per poi esser adibito, nel secolo scorso, a uffici. Subisce forti danni col terremoto del 2009. Nel 2014, durante una visita dell’allora ministro per i Beni culturali Franceschini nascono l’idea del museo, la conseguente tessitura di rapporti e ricerca di fondi, la successiva fase di studio e approvazione dei progetti. Il resto è storia recente: da maggio 2021 i tesori architettonici del palazzo si fondano e interagiscono con nuovi linguaggi espressivi puntando a far dialogare arti visive, performance, fotografia e architettura. Tra i prossimi appuntamenti, fino al 6 settembre 2026 Ai Weiwei: Aftershock, una mostra che testimonia i cinque decenni di carriera dell’artista, dalle opere realizzate a New York negli anni '80 fino alle nuove sculture create in Ucraina nel 2025 e, da settembre 2026, Fabio Mauri, a cura di Maurizio Cattelan e Marta Papini.

 

JuBoss, antica vineria e rifugio di anime
JuBoss, antica vineria e rifugio di anime

 

Bene. Prima di affrontare l’ultima parte di questo giro, è d’obbligo una tappa ristoratrice, e posto che ci troviamo a due passi dall’inizio di corso stretto, ovvero la parte alta di corso Vittorio Emanuele, è giunto il momento di conoscere JuBoss. Cos’è? È tante cose insieme... la prima licenza concessa in città per la rivendita del vino, nel 1881; la vineria di proprietà della famiglia Massari, ininterrottamente, dal 1931; è la cantina dej’omo niro, perché di notte la statua del Nettuno che sovrasta la vicina fontana di Piazza Regina Margherita prima del restauro sembrava proprio un uomo nero... soprattutto con qualche bicchiere in corpo; è “la Cattedrale”, come la chiamano con affetto i suoi avventori, cioè tutti; è una babele sentimentale, come l’ha definita Rocco Papaleo; è un bancone di una bellezza commovente, ricavato da un unico pezzo di olmo proveniente da una chiesa calabrese del XI secolo; è Franco, ottantasette anni, figlio di Mariano e padre di Mariano, che ti parla piano, mentre a fianco si battono carte direttamente sul bancone. È l’aperitivo della Vigilia di Natale, con dura tutto il giorno, e raccoglie qualche migliaio di persone (sì, migliaio, non è un errore di battitura); “JuBoss accoglie tutti, anche le solitudini” mi dice un avventore con gli occhi fissi sul camino, mentre mi fa assaggiare il suo cerasuolo preferito. Ecco, io ho provato a dirvelo, cos’è JuBoss. Decidete voi se andarci.

 

I capochiavi a forma di giglio di palazzo Dragonetti Torres
I capochiavi a forma di giglio di palazzo Dragonetti Torres

Rifocillati con un buon bicchiere di Montepulciano e una delle ottime focacce con la frittata, mentuccia e peperoncino di Mariano, possiamo riprendere il giro, svoltando su corso Vittorio Emanuele. Da qui, il consiglio è quello della flânerie... percorrete il corso sino in fondo, giratevi e ripercorretelo. Uscite sulle strette stradelle laterali, e poi tornate sui vostri passi. Fatevi rapire dalle botteghe e dai negozi eleganti, dalle vetrine, dai balconi e dai dettagli architettonici; soprattutto, fatevi rapire dagli androni e dai portoni in legno massiccio, quando li trovate aperti. Non abbiate timore a entrare: vi troverete in cortili meravigliosi, tra colonne in marmo, capitelli medievalizzanti, vecchi lavatoi in pietra. Qualche nome, in ordine sparso? Palazzo Burri Gatti, palazzo Cappa Cappelli, palazzo Dragonetti Torres. Qui, rivolgete lo sguardo in alto, ai capochiavi a forma di giglio: sono le chiavi di bloccaggio delle vecchie catene antisismiche, e questa bellissima e delicata forma di giglio è un omaggio alla Vergine, perché ricorda il terremoto del 2 febbraio 1703, giorno appunto della Madonna candelora. Fil Rouge di memoria, speranza e rinascita che lega indissolubilmente i terremoti di questa terra: 1315, 1461, 1703, 2009.

Passeggiando senza meta vi troverete, magicamente, in piazza Duomo, ove edifici già restaurati, come l’imponente chiesa di Santa Maria del Suffragio si alternano a facciate ancora velate, in attesa di rifiorire. Dietro al duomo vi attende un ultimo gioiello: la chiesa di San Giuseppe Artigiano, significativa per la stratificazione costruttiva e ricostruttiva dovuta al susseguirsi dei terremoti. Al suo interno meritano attenzione il monumento funebre di Ludovico Camponeschi e i lacerti di affreschi del XIV e XV secolo.

 

Gli arrosticini di pecora, caposaldo della tradizione gastronomica abruzzese
Gli arrosticini di pecora, caposaldo della tradizione gastronomica abruzzese

 

A proposito di chiese... Keppel Richard Craven, viaggiatore inglese e membro della Society of Dilettanti (che nome meraviglioso!) nel 1938, al ritorno da un viaggio in Abruzzo scriveva che “gli edifici religiosi, inclusi ivi i monasteri, che ammontavano a settanta, erano molti di più di quel che non fossero necessari per una popolazione così ridotta, per quanto devota”.

Ora, se il buon Keppel Richard ripassasse oggi in città, potrebbe notare che ristoranti, trattorie, osterie, pizzerie, vinerie et similia - ci permettiamo di usare parole sue - sono molti di più di quel che non siano necessari per una popolazione così ridotta, per quanto affamata”.

E questo a noi piace tantissimo, anche perché il livello dell’offerta gastronomica è decisamente alto, la frequentazione dei locali piacevolissima, e il rapporto qualità-prezzo quasi sempre estremamente soddisfacente. La cucina aquilana è cucina solida, di carattere, legata alla terra e alla storia, con sapori intensi e improvvise gentilezze al palato. Prodotto principe è lo zafferano dell’altopiano di Navelli, l’oro rosso dell’Aquila che ha da poco festeggiato il ventennale dell’istituzione della Dop con un evento firmato da sette grandissimi chef: Fabrizio Boca, Carlo Cracco, Moreno Cedroni, Gennaro Esposito, Anthony Genovese, Davide Oldani e Mauro Ulissi.

L’altopiano di Navelli non ci regala solo lo zafferano, ma anche ottimi ceci; abbiamo poi la ricotta scorza nera, il salame aquilano, le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, biotipo conosciuto e coltivato sin dal medioevo.

Tra i piatti della tradizione che andrebbero provati, in rigoroso ordine sparso, gli arrosticini di pecora, le sagne al sugo, le pallotte cacio e ova, le scrippelle mbusse. Senza dimenticare il torrone tenero al cioccolato, che proprio qui è stato inventato agli inizi del Novecento.

Ora, se dopo aver assaggiato solamente la metà di quel che vi ho proposto, decideste per una lunga e silenziosa passeggiata digestiva, vi direi di raggiungere una qualunque tra le novantanove chiese, piazze, fontane, della tradizione fondativa e di accarezzare con le mani la pietra antica.  

Perché l’Aquila, da sempre, come la fenice simbolo universale di immortalità e di resilienza, ha imparato a rinascere non dalle ceneri, ma dalle pietre. Buon viaggio nel futuro.

 

[testi e fotografie © Gianluca Baronchelli / National Geographic Traveler – 2026]

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